Niccolò Paganini

Schizzo biografico attraverso i documenti e la musica

(Genova, 27 ottobre 1782 – Nizza, 27 maggio 1840)

Una persona pallida e magra, «stanca e sazia di vita», con i capelli neri a ciocche e la sciarpa al collo, con l’ampia fronte contrapposta alla parte inferiore del viso sorprendentemente corta e con l’asimmetria delle due guance che sembrano confermare l’assenza di denti.
Così il pittore Ludwig Emil Grimm descrive Niccolò Paganini in una lettera al fratello Wilhelm. Una descrizione che rende più intense le emozioni provate nell’osservare le due incisioni ricavate dal ritratto disegnato a Kassel in occasione di una breve posa il 10 luglio 1830.
Non solo, nel riferire il colloquio del fratello Carl con Paganini, Ludwig Emil comunica il ricordo che il violinista ha di Genova, «dove è molto più piacevole vivere» e dove, sebbene il pittore lo ritenga improbabile («Ma io non credo che possa farcela, è già mezzo morto»), Paganini vuole tornare per rimanervi per sempre.
Alla data di questi ricordi, da poco più di due anni Paganini ha intrapreso la lunga tournée europea. Applaudito a Vienna, a Praga e nelle principali città della Germania e della Polonia, il virtuoso genovese è atteso con ansia in Francia e in tutto il Regno Unito, e la sua tournée si concluderà nell’autunno del 1834 dopo essersi esibito anche nelle principali città dell’Irlanda e del Belgio.
Non c’è dubbio, le componenti inscindibili della vita e della personalità del violinista genovese sono i grandi successi con gli altrettanto importanti guadagni, ma anche la struggente nostalgia per gli amici e la città natale, i costanti problemi di salute e le enormi fatiche per i continui spostamenti. Paganini, che durante la tournée inizia ad accusare segni di stanchezza, scrive di essere «stanco di dare concerti e di parlare di musica» e di aver bisogno di riposare «per uno o due anni». Non tarderà poi di comunicare a Luigi Guglielmo Germi di essere «stanco di viaggiare» e di avere «l’intenzione di abbandonare per sempre l’esercizio del violino».
Ma mentre dei successi artistici si è parlato a lungo, meno frequentemente si è trattato di Paganini compositore e di Paganini uomo. Eppure le fonti sono ricche di notizie anche a questi riguardi.

Paganini violinista virtuoso

Le gazzette italiane ed europee dei primi decenni del secolo XIX abbondano di informazioni sul virtuosismo di Paganini. Esse sono volte in particolare ad esaltare la tecnica strabiliante ed il fascino emanato dalla sua figura e dal suo modo di suonare. D’altronde è lo stesso Paganini a ricordare che di «quello che ne scrivono i giornali […] se ne può fare un gran volume» e a sottolineare la «magia scaturita» dal suo strumento. Così come è lo stesso Paganini ad accennare a una «nuvola di ritratti», nessuno dei quali presenta il suo vero volto, e a descrivere «qualche caricatura buffonesca» comparsa sulla stampa. Paganini è soddisfatto di tutta questa popolarità, e conclude: «Io ne rido a crepare e lascio fare».
Insieme ai successi, inizia però ben presto a diffondersi anche la fama che il violinista sia un personaggio diabolico, e la sua figura leggendaria viene assimilata ora ad uno stregone o ad un ciarlatano, ora ad un angelo o ad un demonio. Se Paganini nell’accennare al «fanatismo diabolico» del suo strumento sembra alimentare queste leggende, tuttavia lamenta il loro diffondersi: «A dirti il vero mi rincresce che si propaghi l’opinione in tutte le classi ch’io abbia il diavolo addosso», scrive a Germi il 15 gennaio 1832.
Sul fatto però che Paganini possa essere un angelo o un diavolo, Franz Schubert non ha dubbi. Dopo averlo ascoltato a Vienna esclama: «Ho sentito cantare un angelo».

Paganini compositore

Lo studio della musica per violino e orchestra e per violino solo di Niccolò Paganini testimonia la complessa realtà della sua opera, legata ad un’attività concertistica particolarmente intensa che impedisce al violinista di comporre quanto e come avrebbe desiderato. Per far fronte alle continue richieste di accademie, Paganini si adegua quindi alle consuetudini dell’epoca e scompone pagine già scritte per comporne altre che pertanto risultano solo apparentemente nuove. Tale prassi, definita in un progetto di stampa elaborato proprio intorno al 1830 (l’Elenco di pezzi di musica da stamparsi), si riflette anche sul materiale manoscritto. Nel corpus di autografi e di copie conservato nella Biblioteca Casanatense di Roma si osserva la presenza di modifiche, depennamenti, richiami ad altri manoscritti, avvertimenti per i copisti o per gli orchestrali, ma anche la stesura di nuove parti d’orchestra da aggiungere in caso di disponibilità di organici più corposi rispetto a quelli iniziali.
Molte delle pagine cameristiche di Paganini recano indicazione del dedicatario. Si tratta di personaggi della nobiltà italiana ed europea, nonché di allievi ed amici. Tra questi il «bravo ragazzino» Camillo Sivori e l’amico avvocato Luigi Guglielmo Germi. Il primo è destinatario di pagine pedagogicamente corredate di arcate e diteggiatura nelle quali risulta evidente la preoccupazione di fornire all’allievo una preparazione completa, tecnica e musicale; il secondo è destinatario di varie composizioni cameristiche, tra cui le Variazioni sul Barucabà per violino e chitarra (M.S. 71), e del Segreto per l’esecuzione degli armonici.
Tra le opere dedicate spiccano i Ventiquattro capricci per violino solo (M.S. 25). Se con la dedica «alli Artisti» Paganini si rivolge implicitamente ai colleghi violinisti, ben presto – grazie al fascino prodotto su autori quali Schubert, Schumann, Thalberg, Chopin, Liszt o Brahms – i Capricci, insieme alla Campanella (da M.S. 48), divengono oggetto di elaborazioni trascendentali destinate viceversa ai virtuosi pianisti.

Paganini padre affettuoso

«I miei anni scorreranno beati ed io vedrò me stesso dipinto ne’ figli miei», scrive Paganini a Germi il 22 giugno 1821. Passeranno però ancora quattro anni prima che il desiderio di paternità si realizzi: Achille nasce a Palermo nel 1825.
Da questo momento il bambino è oggetto dell’amore e delle attenzioni del violinista, attenzioni che si fanno ancora più assidue e affettuose quando nel 1828, a Vienna, Achille è abbandonato dalla madre. Paganini non manca di occuparsi direttamente della salute («Questi pochi giorni lontano da te mi sembrano dieci anni. Nel lasciarti lo sa il Cielo se ho provato della pena! Ma conoscendo la tua delicata complessione, ho sacrificato il piacere di averti in mia compagnia in questo disastroso viaggio»), dell’educazione e della serenità del figlio. Con lui si lascia «andare a giochi fanciulleschi», scrive il dottor Francesco Bennati, e David d’Angers ricorda: «Oggi sono andato a trovarlo. Era seduto su un sofà come se fosse sfinito da una lunga fatica. Suo figlio gli giocava intorno, gli saltava sulla schiena, si rotolava sul tappeto e gli passava una penna tra i capelli».

Paganini uomo generoso

Insieme ai successi e alle lodi si diffondono gli aneddoti sull’avarizia di Paganini. Eppure gli episodi di generosità di cui si ha testimonianza sono numerosi. In molti casi si tratta di favori nei confronti dei membri della famiglia, altre volte di accademie il cui ricavato era destinato ai poveri, ai colerosi, agli alluvionati, agli orfani e alle vedove delle città in cui si esibiva. Anche l’attenzione e la generosità verso i colleghi risulta particolare e copre tutto l’arco della sua vita, a partire dal periodo lucchese («Fu esso, per quanto lo permettevano le sue finanze, caritatevole coi miserabili e più specialmente per quelli della sua professione», scrive Bartolomeo Quilici) sino al dono eccezionale di 20.000 franchi fatto a Hector Berlioz nel dicembre del 1838.

Paganini e la sua città

Sebbene i continui successi abbiano tenuto Paganini a lungo lontano da Genova, e sebbene in varie occasioni il violinista abbia accennato a Lucca e a Parma come a due città di elezione, egli è fortemente legato alla città natale alla quale vuole dedicare le sue energie e competenze.
Lo attestano il desiderio di occuparsi del teatro Carlo Felice («Se mi sarà dato formar parte dell’armonia nella fausta apertura del nostro nuovo Teatro, giubilerò non poco») e i tanti pensieri espressi nelle lettere agli amici ed in particolare a Germi: «gli artisti bramerebbero vedermi qui [a Parigi] stabilito, ma io voglio star vicino a te e nella patria di Colombo».
Lo attestano soprattutto le ultime volontà con le quali, dopo aver nominato erede universale il figlio Achille, Paganini lascia a Genova la cosa a lui più cara, il compagno di mille vicende e successi, quel Guarnieri del Gesù che affettuosamente chiamava «il mio cannone violino».

maria rosa moretti